BALLICO. Il calcio ha i suoi fondamentali


Bàllico il padre, Òngaro la madre. Giovanni il primogenito, nato 4 anni prima a Madonna di Lonigo, arrivò a Schio passando per Isola. Contadino in cerca di terra da lavorare, Ballico padre la trovò sotto i Cementi, al di là della ferrovia. E così Gianni e i 7 fratelli dopo di lui furono scledensi.
Anche Gianni imparò a giocare a calcio all’oratorio salesiano. Giocava mezzala quando fu notato da un osservatore del “Lane Rossi Schio”. Non gli parve vero: arrivare alle giovanili dello Schio (la squadra maggiore militava in serie C) era il miraggio di tutti i ragazzi dell’Altovicentino.
Esordì in prima squadra a 17 anni, nel ruolo di mediano destro, nella partita che lo Schio giocò contro il Pieris, compagine friulana. Il premio partita consistette in un’“aquiletta”, cioè 5 lire in argento, moneta che tenne ben stretta nel pugno fino a casa e la consegno con orgoglio al padre.
L’anno successivo fu assunto all’Italcementi. Poiché però non poteva contare su un occhio di riguardo per gli allenamenti settimanali, il presidente dello Schio, il famoso avvocato Dal Lago, che era responsabile del lanificio di Piovene, provvide a fàrvelo assumere e a farlo usufruire di quel privilegio.
Come per tutti, anche la carriera sportiva di Gianni Ballico subì una lunga interruzione a causa della guerra. Arruolato nel 57° rgt fanteria di stanza nella caserma Cella, l’8 settembre – all’arrivo dei tedeschi – ebbe la presenza di spirito di defilarsi e poi scappare da una finestra, sia pure ferendosi a una mano nei reticolati.
Passarono anche quei brutti mesi.
Dopo un anno ancora nello Schio, fu venduto alla Spal, che militava in serie B. E da allora visse di calcio. Dalla squadra ferrarese nel 1947 passò alla Sampdoria dove rimase per 7 campionati: i più belli. La Samp era come il Chievo oggi, cioè una squadra di giovani che giocavano in modo aggressivo. Lui ebbe la ventura di marcare campioni come Nordahl, Boniperti, Lorenzi, Cappello, Amadei. Era biondo e longilineo e buon colpitore di testa. In una figurina di quegli anni Bruno Slawitz lo paragona a un mezzofondista svedese.
Nel 1950 acquistò il lotto dove poi si fece la casa, sulla destra di via S. Croce; e due anni dopo vi andò ad abitare con la moglie, Piera Bettale di Piovene. Più in campagna di così non si poteva: da piazza dei Mas-ci non c’erano che i Dalla Bernardina e i Zocche; poi si arrivava alla fattoria dei Poier senza trovare altra abitazione; e sulla sinistra il Cogo, Mariga e Marcante. Solo dopo costruirono i Rampon, i Toffanin, lo scultore Cremasco e via via gli altri.
Della Sampdoria Gianni Ballico fu una bandiera, così come lo divenne del Palermo durante le quattro stagioni in cui rivestì la maglia rosanera. E provò anche l’emozione della Nazionale B, entrando grazie a ciò nel ristretto olimpo dei 25 “azzurri” scledensi.
Chiusa la vicenda di calciatore, nel 1959 Ballino intraprese la carriera di allenatore: 5 anni con lo Schio, poi con l’Entella di Chiavari, con il Palermo, ancora con lo Schio, finendo con il Rovereto.
Successivamente fu direttore sportivo del mitico Vicenza di Farina (4 campionati), indi passò al Pescara (2 campionati) quale direttore generale. Chiuse la carriera direttiva nel Padova (4 campionati).
Più volte durante la chiacchierata, Gianni Ballico – che a parlarci non è per niente burbero come si crede – è ritornato sopra un doppio concetto: le squadrette locali devono valorizzare di più i ragazzini della zona, non limitandosi all’aspetto atletico ma insegnando in modo più approfondito i “fondamentali” del calcio, cioè a trattare al meglio il pallone: stop corretti, modi diversi di colpirlo ecc. Insomma, il calcio è una disciplina che prima va imparata, quantunque il talento sia anche qui una premessa importantissima. Quanto alle sue “scoperte”, basta qualche nome: Pasqualotto, Briaschi, Lionello Maggio (fu richiesto dalla Juventus e disse di no!) e quell’Adriano Bardin che oggi è il preparatore dei portieri della Nazionale.