S. CAVEDON. TRA FERVORI E ABULIA


Trent’anni di pittura vogliono pure dire qualcosa intorno alla parola “fedeltà”, intorno alla parola “amore”! Perché di questo si tratta, più ancora che per altri pittori, per Silvio Cavedon. Il quale avrà forse non poche recriminazioni sulla vita, però di essa ha saputo riscattare il nero, la crudeltà e la noia, con la tessitura delle sue fragili ma limpide tele.
Sulla emozione, non sulla fredda ragione poggiano esse, appunto su questo va e vieni di voglia di vivere e di mortificazione, di bisogno di comuncazione e di dialogo, e di costretto silenzio. La conoscenza di sé e del mondo, che sempre l’arte esprime, in Silvio Cavedon è soggetta all’instabilità emotiva. C’è chi considera questo un limite, trovando nei suoi quadri scarso celebralismo, nessuna impuntatura ideologica, scarsa corsa al nuovo, nessuna voglia di stupire. Io la considero niente altro che un fatto, un dato da accettarsi, perfino scontato. In altra direzione conviene cercare.
È sulla quantità forse che vorremmo giudicare una vita? Eccovi presto accontentati.
Nato a Schio nel 1923, dopo aver frequentato il ginnasio, a 15 anni Silvio Cavedon entra alla “Marzari” e fa le prime esperienze di fotografia, dalla grafica al ritocco alla stampa a colori. Nel frattempo frequenta la scuola serale di disegno di Alessandro Radi. A 19 anni viene la chiamata alle armi per la croazia, in una squadra fotografica, e l’8 settembre 1943 la cattura e la deportazione in Germania. Due anni precisi di lager: freddo, fame, lavoro manuale, egoismi e crudeltà e però tanta voglia di vivere. Poi un lungo periodo di disoccupazione, con le sole distrazioni della pittura, imparata da Siro Fongaro. Finalmente il lavoro alla “Lanerossi”, come fotografo prima, poi come segretario del Dopolavoro e direttore tecnico di Noi del Lanerossi, ma anche con gli otto anni di Spielberg all’archivio amministrativo. Infine la pensione.
Quanto di questo entra nei quadri, come vi entra? A saperlo, nonché capito l’arte, avremmo davvero capito la vita.
Anche il percorso del suo dipingere non chiarisce molto. Dopo l’apprendistato, la dirozzatura operata da Fongaro, di cui restano alcuni acquerelli, troviamo una fase intimistico-espressionistica svoltasi sotto l’influenza di Picasso del periodo blu e di Modigliani, ben presto abbandonata, ma che gli permette di segnalarsi in qualche collettiva (tempere, affreschi con graffiti). I primi anni sessanta costituiscono – a suo dire – il periodo aureo, di maggiore potenza: collages fortemente costruiti con gli scuri, che «tradiscono uno stato d’animo inquieto e amaro», e di oli che attirano «per un colore vibratile, per una luminosità fresca e pura […] di quella gioiosa luce estiva, che è sfolgorante e prepotente e si nutre degli infiniti colori della natura», come scrisse Renato Cevese nel presentare a Bassano la prima personale di Silvio Cavedon.
Dal 1964 gli anni invece della caduta, dell’abulia. Poi la ripresa, con gli anni settanta, forse non così stabile, continua come era stata nel passato, ma, pur con l’intervallo di qualche mese di silenzio totale, la ricorrenza dell’ispirazione, di quella «carica», come lui la definisce, necessaria a non lasciare il quadro incompiuto. Sono gli anni di più scoperto lirismo e di aperture oniriche, con cui lavora in questi ultimi tempi.
Qualcosa cominciamo davvero a capire, parlando dei temi della sua pittura, i quali sono quattro: la natura morta e il paesaggio, le figure e i fiori. Il primo tema, pur classico, è quello che sente di meno, che meno si presta al suo estro creativo; il paesaggio, per un pittore non da plein - air, è prima rapidamente schizzato dal vivo in un album e poi liberamente semplificato e trattato in studio, e sempre con la preferenza all’autunno; le figure non sono ritratti, ma traduzioni emotive della presenza femminile e perciò trattate per cenni e per allusioni; i fiori concedono il massimo di libertà interpretativa, pur non lasciandosi penetrare del tutto nel proprio silenzio di cose: altro è il dialogo che instaura una, anche solo muta, presenza umana.
La realtà è dunque interpretata, filtrata attraverso le spesse maglie della sensibilità, dell’emotività. Sarà la forza di trasformazione della realtà, sarà la debolezza di fuggirla in una evocazione (ridotta, per farla riconoscibile senza troppo turbare), un ripiegamento nella suggestione? Quel che è sicuro è che i segni per la riconoscibilità dell’oggetto nello spazio sono drasticamenti diminuiti di numero, pur senza che le forme vengano meno del tutto e si giunga al dissolvimento, al puro divertimento cromatico: il massimo di lettura col minimo dei segni, ecco la proposta dell’autarchia conoscitiva e ideologica di Cavedon; ma da questo minimm di linee, come fiorisce il colore nelle varie vibrazioni musicali del giallo - arancio o dell’azzurro - rosa! Il lavoro, prima di pennello e poi di spatola, viene condotto alla brava, con irruenza, sulle misure preferite del 50 per 70, ed è una ricerca che si esaurisce in una quindicina di giorni con il risultato di una limitata serie di variazioni (sette, otto perzzi). Poi con l’esaurirsi della vena, ecco l’abulia, il silenzio creativo di due, tre mesi, il tempo della lunga ricarica emotiva e di nuove elaborazioni compositive, e l’ansia, via via, per un nuovo approccio all’arte che non sai se saprai sostenezre, e i giorni fecondi ma brevi e intensi della creazione: e il rinnovato silenzio.
Da questo altalenare escono dal suo studio, in un anno, appena una ventina di quadri buoni, tra cui la feroce autocritica limita l’assoluto a due, tre e non più.
E poi senti l’ingenuo affermare che il dipingere deve essere un hobby, un passatempo. Lo sarà per i dilettanti, con cui Cavedon non vuol più nulla spartire, avendoli conosciuti da vicino per anni, quando specava tanto di sé nel dirigere il “Circolo Pittori Lanerossi” (25 anni), avendone misurato la presunzione e l’arrivismo. Egli rimpiange i tempi andati, le rare e perciò importanti collettive (come la “Biennale Triveneta” di Padova), la semplice ammisisone alle quali era già un buon successo, perché in esse lavorava di selezione una giuria, com’è giusto, spietata. Solo dalla selezione infatti nasce la quotazione. Oggi è tutto mescolato e confuso, oggi una semplice tassa offre il diritto all’esposizione della propria «merce».
Per questo, per amarezza e per dignità, non per superbia, Silvio Cavedon fa vita a sé e lesina la stima a chi non ha capito che il tirocinio nell’arte è il più duro, proprio in quanto va imposto da sé stessi in piena libertà.
Questo è uno dei motivi di rammarico. Poi c’è quello che deriva dalla difficoltà a trovare modelle per le sue figure – che sarà meglio definire interpretazioni di una presenza –, il suo tema preferito. La fotografia commerciale, la pornografia ha rovinato i rapporti, ha gettato discredito sull’artista sicché le giovani non si fidano più (e lavorare in gruppo è la negazione dell’arte). E ce n’è un terzo, quello che gli viene dal disinteresse della gente di Schio per la sua opera. Certo, vendere è una sofferenza, perché ci distacca da ciò che è tanta parte di noi; ma è pure segno di ascolto e di stima. E poi è la potatura necessaria per ritrovarci liberi, per non essere spinti alla ripetizione, al manierismo. Cavedon ha una piccola “permanente” al Caffè Haiti, ma quanti, non dico ammirano, ma appena notano i suoi quadri?
A chi gli dice di lavorare di più, di provare altre tecniche, risponde che ognuno deve seguire le libere convocazioni del cuore; egli non crede dunque di aver paura del rischio, ma non reputa buono in arte né l’eterno sperimentalismo né l’clettismo, perché ciò che conta è essere sinceri con sé stessi, non fosse altro nel conoscere i propri limiti, prima di tutto psicologici.
Camminando con questa linea di condotta, i riconoscimenti (in premi e in inviti, anche fuori del Veneto) non sono mancati, né sono mancate le soddisfazioni alle varie personali, da quella di Bassano nel 1962 a quella dello scorso anno [1980] a Milano, presentata da Gino Traversi. Eppure Silvio Cavedon crede, talvolta, di essere in credito con la vita; ma pure vivere alla giornata con dignità è saggezza che non pochi apprendono. Ecco, forse la malinconia è la nota, quel tono nascosto che rende “piena” la gioiosa lievità dei suoi impasti cromatici.